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è uscito per i tipi della casa editrice Sette Città di Viterbo un libro postumo di Mario Sanfilippo dal titolo Roma 1922-1943. La “città di pietra” sotto al fascismo.

 

 

Necrologio sul Messaggero

Roma, è morto lo storico romano Mario Sanfilippo, corsivista del Messaggero

È morto a Roma dopo una lunga malattia lo storico Mario Sanfilippo, 86 anni, grande appassionato di storia e temi romani di cui si è occupato anche come corsivista e commentatore del quotidiano Il Messaggero. Ne da notizia il presidente del Comitato per la Bellezza, Vittorio Emiliani, ex direttore del quotidiano romano, anticipando che gli amici lo ricorderanno con una cerimonia laica a settembre. Nato a Roma nel 1930 nel quartiere di San Lorenzo, Sanfilippo aveva studiato alla Sapienza, allievo di Raffaello Morghen, specializzandosi in storia medievale insegnando poi a lungo prima nei licei e quindi all’Università di Trieste. Tra i suoi libri più importanti, «Le tre città di Roma- Lo sviluppo urbano dalle origini a oggi»(Laterza); «Roma la costruzione di una capitale 1870- 2000» (Silvana editoriale). «San Lorenzo 1870-1945. Storia e storie di un quartiere popolare romano» (Edilazio); «Il »generone« nella società romana dei secoli XVIII- XX» (Edilazio) «Medioevo e città nel Regno di Sicilia e nell’Italia comunale» (Libreria Universitaria). «Davvero una perdita importante – commenta Emiliani – Sanfilippo è stato un uomo straordinario, studioso di molti meriti, pieno di spiriti polemici, uno spirito veramente libero».
Martedì 23 Agosto 2016 – Ultimo aggiornamento: 27-08-2016 12:50

Una storia complessa

Questo saggio, rimasto inedito, è stato preparato nell’ambito di una ricerca dalla quale è uscita la pubblicazione di Paolo Cesaretti, Barbara Elia, Bruno Gabrielli e Ludovico Racheli, Palazzetto Baschenis Borghese. La nuova sede della Banca del Fucino e la sua storia, [Roma], Banca del Fucino, [2010].

a) L’antefatto: il Palazzetto Baschenis

Il bresciano Antonio Baschenis nel 1523 acquista due porzioni di terreno edificabile all’estrema periferia fluviale del Campo Marzio. Baschenis è un commerciante immigrato a Roma e avvia la costruzione di un edificio, che è completato nel 1526. È ignoto se Antonio Baschenis sia imparentato con la nota famiglia dei pittori Baschenis, operante tra Brescia e Bergamo dal XV al XVII secolo. In ogni modo il palazzetto Baschenis nel 1527 è investito, come tutta la città di Roma, dal sacco dei Lanzichenecchi. Evidentemente non è un edificio fortunato ed è più volte rivenduto nel Cinquecento e Seicento. Questo piccolo edificio  dalla sagoma a due piani è facilmente visibile nelle piante e nelle stampe di fine Cinquecento; sta proprio sulla riva scoscesa del fiume ed è costantemente investito dalle “ire” del Tevere.

b) Le piene del Tevere

Nella Roma papale le piene del Tevere ricorrono quasi annualmente. Le piene sono ordinarie (quando il livello delle acque si alza di 10/13 metri sul pelo della corrente usuale), straordinarie (quando arrivano ai 13/16 metri), eccezionali (quando superano i 16 metri). Le piene ordinarie sono quasi annuali, quelle straordinarie capitano ogni due o tre anni, infine quelle eccezionali si verificano in media due o tre volte per secolo. Tra la città e il suo fiume si sviluppa un rapporto di amore-odio, che si allenterà soltanto nel XX secolo con la costruzione delle “muraglie ripuarie”, ovverossia i popolari muraglioni.

Nel XVI/XVII secolo, in circa 130 anni si verificano alcune delle inondazioni più catastrofiche per la Roma papale. Nel 1530 le acque del Tevere superano i 19m; nel 1557 superano ancora i 19m e allagano piazza S. Pietro; nel 1589 le acque raggiungono ancora i 19m; nel 1598 sfiorano i 20m e demoliscono le arcate del ponte Emilio o ponte Senatorio, che da allora prende il nome di Ponte Rotto. Ancora rovinose sono le piene del 1606, 1637, 1647, 1660.

Nel 1530 la piena sommerge il palazzetto Baschenis e fa danni maggiori di quelli arrecati dai Lanzichenecchi. Infatti le piene sono sempre devastanti per i rioni rivieraschi, non soltanto per i danni causati dalle acque, ma perché queste ultime trasportano e depositano il lezzo o lecco ossia il fango misto a carogne di animali, residui vegetali, cadaveri umani e tanta, tanta merda sia animale sia  umana.

Dopo ogni inondazione per mesi bisogna spalare e portare via il lecco tra miasmi quasi insopportabili, mentre sono perse le derrate alimentari e qualsiasi altro bene, anche prezioso, conservati negli scantinati nei depositi terranei e perfino negli ammezzati. Questa rovina ricorrente colpisce particolarmente gli imprenditori e li dissuade dallo sfidare la sorte: nella mentalità comune le “ire” del Tevere sono legate alla volontà divina.

Infine è facile cogliere il contrasto tra i lussi della nobiltà e aristocrazia papale e lo squallore di interi settori urbani, coperti dal lecco col suo fetore. Anche per questo a Roma c’è un grande sviluppo della produzione di profumi!

Nell’Urbe lavorano grandi artisti, ma le consuetudini dell’epoca dissuadono dai bagni, perché potrebbero indebolire le difese naturali. Tutt’al più i veramente ricchi cambiano spesso la biancheria, dopo ripetute frizioni con acque profumate.

c) La nascita di una nuova potenza economico-politica nella Roma papale

Alla fine del Cinquecento e inizio del Seicento in   Europa ormai si è stabilizzata la frattura tra cattolici e protestanti; adesso è il nepotismo uno degli argomenti “forti” della propaganda protestante contro la corruzione della Chiesa di Babilonia (= Roma e il Papato). In tanti, anche tra i cattolici,  sono convinti che il nepotismo dovrebbe essere combattuto. A Roma tuttavia dai tempi “di ferro” di Marozia e dei conti di Tuscolo, nonostante tutte le campagne riformatrici e l’impegno antinepotista di Gregorio VII, la vicinanza alle finanze papali è stata sempre la fonte dell’arricchimento delle grandi famiglie imparentate con le alte gerarchie della Chiesa di Roma.

Sulla scia di questa antica tradizione, agli inizi del Seicento si affaccia a Roma una nuova potenza politico-economica, legata al caso più clamoroso di nepotismo papale. I Borghese sono arrivati nell’Urbe da Siena con Marcantonio, noto avvocato concistoriale, che nel 1566, come sigillo di una fortunata carriera, acquista la tenuta di Olevano Romano. Rapidamente i Borghese occupano la cattedra di San Pietro con Camillo, che nel 1605 diventa papa Paolo V: come afferma orgogliosamente l’epigrafe incisa sul frontone della nuova basilica di S. Pietro. Quando era ancora cardinale, Camillo Borghese alla fine del ‘500 aveva acquistato un palazzo dal cardinale Deza, dapprima per costruire una grande dimora nobiliare, in seguito per costruire una vera e propria reggia con tutti gli annessi e connessi.( scheda n. 1: Palazzo Borghese).

Alla fine del Cinquecento si è ridimensionato il potere politico ed economico-sociale delle antiche casate feudali romane: Orsini, Savelli, Caetani e soltanto parzialmente quello dei Colonna, che  hanno salvaguardato gran parte della loro preminenza sociale attraverso il mestiere delle armi e lo spostamento dei loro interessi fondiari nel regno di Napoli, oltre che con la loro fedeltà alla Spagna, potenza egemone in Italia.

Nel frattempo il ceto nobiliare romano si sta ingrandendo con le nuove famiglie cardinalizie e papali, dai Boncompagni agli Aldobrandini; ma velocemente nel primo trentennio del Seicento i Borghese accumulano un patrimonio terriero sterminato, tutto a spese delle casse papali. Anche dopo la morte di Paolo V (1621) il patrimonio edilizio urbano [scheda n. 2: Il patrimonio edilizio urbano dei Borghese] e il patrimonio fondiario della stessa famiglia [scheda n. 3: Il patrimonio fondiario dei Borghese] continuano a crescere, fino a diventare una componente di primo piano della vita economico-sociale di Roma, capitale dello Stato pontificio e centro della cattolicità. Morto Paolo V i Borghese non avranno più un papa, ma sono e saranno sempre presenti nel collegio cardinalizio e nei gangli vitali della Santa Sede: si può sempre sbarrare la strada ad un nuovo papa Borghese, ma per arrivare al Sacro Soglio bisogna patteggiare col “partito” Borghese!

  1. I Borghese nella città

Il palazzetto Baschenis, oltre che sulla riva del Tevere, si trova nell’epicentro di un clamoroso terremoto urbano, risvolto di una profonda trasformazione del potere politico, sociale ed economico.

Esiste una precisa politica di acquisti della casata, chiunque sia il singolo acquirente. Nel Seicento e nel Settecento i Borghese rispettano una precisa direttiva familiare, sia sul piano degli acquisti urbani sia su quello dei fondi rustici: non entrare mai in rotta di collisione con le altre grandi famiglie romane o con i vari nuovi potentati ecclesiastici.

Per quanto riguarda gli acquisti urbani in itinere la politica urbana della famiglia Borghese è valorizzata dall’incontro con la volontà innovatrice di papa  Clemente XI Albani, che vuole creare un nuovo grande porto fluviale al posto del precedente approdo di Ripetta. Ripa Grande è il “porto di mare”, mentre Ripetta dovrà costituire il vero “porto di terra”, per favorire i rifornimenti necessari dalla Sabina e dalle regioni dell’Italia centrale di derrate alimentari, legnami di ogni tipo (per le costruzioni, per i focolari, ecc.) e di tante altre merci necessarie.

Casa Borghese afferra la splendida occasione e regala al pontefice i suoi terreni fluviali (che nella stagione piovosa sono continuamente sommersi dal fiume!), per favorire la costruzione dello scenografico porto di Ripe0tta.

Alessandro  Specchi dal 1702/3 costruisce il monumentale approdo: con molo, banchine, scalee, dogana, terrazza centrale balaustrata e fontana. Le scalee raccordano il dislivello, scosceso di circa 7/8 metri, tra la via di Ripetta e l’approdo. L’architetto su ordine papale usa per la costruzione «182 carrettate di travertini», caduti dal Colosseo in seguito al terremoto del 1700. Questa di Clemente XI è  una decisione oculata, non per nulla immediatamente Ripetta diventa uno dei due poli di base, insieme alla scalinata di Trinità dei Monti, dell’area di Campo Marzio delimitata dal cosiddetto tridente: le tre strade che partono da piazza del Popolo. Nello stesso tempo diventa uno degli episodi urbani più rappresentati nei quadri, stampe e piante dal Settecento in poi, fino alla sua distruzione in epoca sabauda.

Il complesso patrimonio edilizio, acquistato nei secoli, è oculatamente gestito, anche con fruttuosi scambi e/o accorpamenti, dal Cinquecento all’Ottocento, dagli amministratori della casata, come testimonia l’archivio di famiglia. Perché sempre la memoria scritta conserva e aumenta la proprietà.

Alla fine del Settecento l’intera nobiltà romana si è trasformata in una nobiltà di corte e l’oculata amministrazione di casa Borghese controlla semplicemente l’operato dei vari grandi “mercanti di campagna”, che assicurano un’alta rendita fondiaria. Nel 1783 il Catasto Annonario attesta che il principe Borghese è il maggior proprietario terriero dell’Agro Romano e tale rimane nel 1816 con più di 21.200 ettari.

e) I Francesi in Italia

Alla fine del Settecento le fortune della nobiltà romana sono investite dalla bufera rivoluzionaria, che non è più tanto rivoluzionaria, perché ormai è nella fase termidoriana e subito dopo napoleonica. Comunque le truppe francesi, repubblicane o imperiali, sono sempre costituite da fior di ladroni e rapinatori a mano armata, dai generali fino all’ultimo fante.

Nella resistenza antifrancese la popolazione è subito compatta dietro tutte le autorità ecclesiastiche. Pochi borghesi (filorivoluzionari) si dichiarano favorevoli agli invasori. Tra la classe dirigente spicca il principe Camillo Borghese, che avrebbe idee riformatrici. Ed è subito arruolato con alti gradi militari e impegnative cariche civili. Camillo si trasferisce al nord dove conosce Maria Paolina, la sorella di Napoleone e vedova del generale Leclercq, e la sposa. Ma quest’ultima si sente soprattutto sorella del grande imperatore e crede di essere al di sopra delle convenzioni borghesi; così si permette varie libertà. Pasquino – la più celebre delle statue parlanti romane – la colpisce subito con una stilettata al fulmicotone: «Dos ficta, facies picta, vagina refricta».

Paolina Bonaparte, sposata Borghese, non disdegna neppure gli stallieri dal pariniano «inguine possente» e nel 1805 si fa ritrarre nuda come «Venere vincitrice» dal grande Antonio Canova. Quest’ultimo è ben noto nell’alta società romana, perché molto poco dotato e tutt’altro che assatanato, ma le male lingue si scatenano lo stesso. Tanto più perché Camillo Borghese, favorevole alle riforme e filofrancese, è caduto in disgrazia presso le autorità pontificie.

Poi il 14 febbraio 1808 Camillo è nominato governatore generale dei due dipartimenti imperiali transalpini (Piemonte e Liguria); inoltre riceve il ricco feudo di Lucedio in Piemonte come ricompensa per tutto il complesso di statue e quadri, trafugato a Roma sia dal palazzo Borghese sia dalla villa Pinciana. Anche qui il commento delle varie statue parlanti romane è concorde nell’asserire che le corna rendono sempre.

Sotto i francesi l’eversione dei diritti feudali nel 1809 e il ripetersi di annate negative per la produzione cerealicola hanno in parte indebolito il potere economico della nobiltà romana. Adesso è sempre più diffusa la grande affittanza pluriennale (nove anni o anche dodici anni ripetibili) in mano ad un numero ristretto di grandi mercanti di campagna. (scheda n. 5: I mercanti di campagna).

f) Il rilancio di casa Borghese

Con la restaurazione (tanto moderata con Pio VII Chiaramonti e il cardinal Consalvi, quanto “dura” con Leone XII della Genga e il cardinale della Somaglia) il principe Camillo in totale discredito politico e sociale si ritira a Firenze; in un esilio dorato, visto che ottiene oltre due milioni e mezzo di franchi per la cessione del feudo piemontese di Lucedio. Quando muore nel 1832 gli succede il fratello Francesco, mentre è arrivata a buon fine la ricorrente politica matrimonialista della casata.

Nel 1832 Francesco Borghese eredita un impero fondiario che dal Lazio si è esteso ad altre regioni dell’Italia centrale (Toscana, Marche, Umbria). In definitiva eredita i beni di tre casate: Borghese, Aldobrandini e Salviati. Per questo nel testamento dell’anno di morte (1839) dispone che il primogenito Marcantonio erediti gran parte dei beni di casa Borghese, con i titoli nobiliari della primogenitura; che il secondogenito Camillo erediti il complesso dei beni dell’antico fidecommesso Aldobrandini, col palazzo e il giardino di Monte Magnanapoli, oltre alla famosa villa Belvedere di Frascati, con l’obbligo di diventare il principe Aldobrandini e senza poter vantare nessuna pretesa sui beni della primogenitura; che il terzogenito Scipione erediti i beni dei Salviati col titolo ducale, sempre senza poter vantare nessuna pretesa sui beni della primogenitura.

In totale Marcantonio V Borghese eredita “soltanto” 14.000 ettari nell’Agro Romano; ma poco dopo li reintegra ad oltre 20.000 con l’acquisto del grande feudo di Nettuno e dei feudi nel Viterbese di Bomarzo, Mugnano, Attigliano e Chia. Inoltre i Borghese rientrano a Roma su espresso invito di Gregorio XVI Cappellari, che è un rigido teologo, ma è sempre duttile verso la nobiltà romana, perché giustamente la ritiene un valido supporto del potere temporale dei papi.

Dagli anni Quaranta agli anni Ottanta dell’Ottocento c’è una crescita costante dei prezzi dei cereali, in un mercato europeo che è senza confini. Contemporaneamente c’è un miglioramento generale delle coltivazioni, quindi anche della produzione agricola. Questi fenomeni comportano un progressivo incremento della rendita agricola con uno straordinario aumento degli introiti di casa Borghese. Così Marcantonio V può mantenere un treno di vita degno di una casa regnante per sé e per i suoi dieci figli (tre maschi e sette femmine), frutto dei suoi due matrimoni con Geraldine Talbot dei conti di Shrewsbury e con Francesca de la Rochefoucauld, entrambe eredi della maggiore nobiltà inglese e francese.

Insieme con la rendita fondiaria sono aumentati i redditi agricoli in mano ai grandi mercanti di campagna. Progressivamente questi ultimi hanno costituito le file ristrette del generone, che diventa un elemento propulsore del rinnovamento sociale. Sarebbe impossibile capire le trasformazioni sociali nella Roma dell’Ottocento senza tener conto di questo protagonista collettivo: il generone. Quest’ultimo è odiato dalla nobiltà consapevole di essere stata depredata delle sue terre migliori, ma nello stesso tempo il generone è indispensabile per i nobili, inetti e scialacquatori  ( scheda n. 6: Il generone).

g) Il tramonto di un mondo

I Borghese superano indenni il passaggio dallo Stato pontificio a quello italiano. Ma attraverso la famosa breccia di porta Pia non passano soltanto i bersaglieri di Lamarmora, passa anche la modernizzazione, passa il mercato unificato  italiano, passa l’industrializzazione, passa il mito del progresso e chiotto chiotto passa anche il codice civile italiano del 1865. L’adozione di questo codice comporta la fine dei fidecommessi, dei diritti di primogenitura e di maggiorasco, di tutta l’impalcatura su cui si reggeva la consuetudine di “rendere eterne le famiglie con i loro beni fondiari”. Così nel decennio 1880/1890 si trovano a mal partito tutte le famiglie della nobiltà romana, compresi gli  eredi Borghese.

Alla morte di Marcantonio V Borghese (1886), si trova nei guai il primogenito Paolo, che per un “patto di famiglia” amministra tutti i beni fondiari e immobiliari anche dei fratelli. Dopo il precedente quarantennio d’oro (1840-1880), che aveva permesso a Marcantonio di recuperare l’antica ricchezza, una sfavorevole congiuntura economica rende molto difficile l’operato di don Paolo, principe di Sulmona, e dei suoi amministratori. Per di più i vari membri della famiglia, nell’ansia di diversificare gli investimenti,  di rinnovare i cespiti, di partecipare ai grandi guadagni della “febbre edilizia”, combinano soltanto grandi guai finanziari; oltre tutto si fidano di molti soci piraña, specialisti nel dissolvere i pochi introiti e nell’addossare tutti i debiti alla grande casa nobile.

Nel giro di pochi anni tra il 1886 e il 1891 i Borghese accumulano debiti per oltre undici milioni di lire. Così nel 1891 don Paolo vende la ricca e famosa biblioteca di famiglia; poi nel 1892 è venduto all’asta il grande palazzo romano, salvando soltanto il complesso dei dipinti più celebri e delle statue più famose, che è ricoverato nel casino nobile della villa Pinciana. Soltanto nel 1911 Anna Maria De Ferrari, moglie di Scipione Borghese (fratello ed erede di Paolo), riacquista all’asta pubblica il palazzo, che torna in proprietà della famiglia. Ma ormai è avvenuto il tracollo dell’intera classe nobiliare e di tutto un modo di produzione:   adesso spariscono due figure che avevano imperversato dal Seicento all’Ottocento, il latifondista assenteista (sia laico sia ecclesiastico) e il grande mercante di campagna, mentre si dissolve l’arcaico sistema degli usi civici.

Nel frattempo, prima della fine del XIX secolo, il principe Felice Borghese aveva cercato di rivalutare il possesso del palazzetto Baschenis, impostando il restauro-ristrutturazione dello stesso edificio, posto al centro del rinnovamento totale dell’intero settore intorno a via Tomacelli, proprio sulla piazza di Ripetta. Ma quest’ultimo fenomeno urbano è esaminato nel saggio seguente di Ludovico Racheli.

Scheda n. 1: Palazzo Borghese

Nel 1578 muore monsignor Tommaso Del Giglio, tesoriere maggiore di papa Gregorio XIII, lasciando incompiuto un palazzo nell’area tra quella che diventerà via della Fontanella Borghese, piazza Monte d’Oro, l’approdo di Ripetta e l’Ortaccio (dove fiorivano grandi commerci di contrabbando e di prostituzione). Gli eredi Del Giglio, vendono l’edificio ancora senza tetto al cardinale spagnolo Pedro Deza (1520-1600); quest’ultimo ne affida il rifacimento all’architetto Martino Longhi il Vecchio. L’architetto ingrandisce l’edificio originario verso via di Monte d’Oro e allarga anche il cortile interno. Ma nel giro di pochi anni (1591-1600) muoiono sia l’architetto sia il committente.

Nel 1602 nel palazzo risiede in affitto il cardinale Camillo Borghese, che nel 1604 lo acquista per 42.000 scudi e affida nel 1604 a Flaminio Ponzio  la direzione dei lavori di ingrandimento. Il palazzo si espande verso via dell’Arancio e ingloba sulla piazza Borghese il palazzo Farnese Poggio.

Sotto Paolo V è completata l’ala non rettilinea e detta “manica lunga”, che collega  la facciata principale su piazza della Fontanella Borghese con la stretta facciata posteriore (sovrastata da due terrazze con  una doppia balconata), che si affaccia su via di Ripetta e sul fiume. Infine è completato il cortile porticato aperto sul giardino interno.

Successivamente il cardinal Scipione Borghese, che ha abbandonato del tutto il cognome paterno Caffarelli, commette varie modifiche a Giovanni Vasanzio e a Carlo Maderno. Tra l’altro il Maderno trasforma parte del giardino in un giardino pensile con un ninfeo e varie fontane. Inoltre giardino e terrazze diventano la collocazione scelta per l’inserimento di numerose statue antiche, anche colossali.

Per secoli la fabbrica della “reggia” dei Borghese diventa un’opera aperta: ogni generazione aggiunge, rivede, trasforma l’esistente secondo le esigenze, il gusto e le disponibilità del momento. Particolarmente importanti sono i lavori commissionati a Carlo Rainaldi, che nel 1671/8 completa la facciata posteriore sull’approdo di Ripetta con la sua duplice terrazza, di cui una trasformata in giardino pensile e coordina gli interventi di ristrutturazione, decorazione e pittura nei vari appartamenti della “reggia”.

Altrettanto importanti i lavori commissionati nella seconda metà del Settecento da Marcantonio IV e dal cardinale Scipione III Borghese ad Antonio Asprucci, che lavora negli stessi anni anche nel casino-galleria della villa Pinciana; così come quelli ordinati per un quarantennio dell’Ottocento da Marcantonio V sotto la direzione di Antonio Canina.

Ma, per elencare i vari pittori, scultori, architetti, decoratori, ecc., che hanno lavorato nel palazzo Borghese tra il Seicento e l’Ottocento, sarebbe necessario un intero volume a sé stante!

Fin dal Seicento i Borghese hanno proseguito negli acquisti intorno al loro palazzo. Così è quasi inevitabile che abbiano inglobato l’adiacente palazzetto Baschenis; acquistato dai Borghese nel 1658, ma coinvolto in una causa risolta soltanto nel 1682. Ora il palazzetto è in parte sventrato per costruire un cannocchiale prospettico, che parte dall’enfilade dei saloni e prosegue attraverso un corridoio-condotto visivo, illuminato da un grande finestrone, inquadrando una fontanella naturalmente con lo stemma Borghese.

Nel XVII secolo  la “manica lunga” che conta ben ventiquattro finestre, diventa la facciata principale e vi si apre il nuovo portone monumentale, che crea un nuovo asse visivo accanto a quello che, dal portone di piazza della Fontanella Borghese permetteva soltanto una visione d’infilata sui giardini e cortili interni.

Scheda n. 2: Il patrimonio edilizio urbano

La facciata posteriore sul fiume di palazzo Borghese diventa famosa col nome di cembalo in quanto assomiglia alla tastiera del noto strumento musicale e che per antonomasia diventa una delle quattro meraviglie della Roma papale (il “Cembalo” dei Borghese; il “Dado” dei Farnese; lo “scalone” dei Caetani, oggi di palazzo Ruspoli; il “portone” dei Carbognani (cioè gli Sciarra Colonna di Carbognano).

I Borghese portano avanti una precisa politica urbana. Con continui acquisti, concentrati intorno al loro palazzo, riescono a creare un vero  quartiere Borghese. Con il palazzo “della famiglia”, di fronte al palazzo principale, dove è alloggiata la numerosa familia (ecclesiastica, militare e domestica) e che è corredato da un “guardaroba”, stalle e rimesse, oltre che da un piccolo edificio per il controllo della catena (tanto per sottolineare il carattere “privato” della piazza, carattere salvaguardato anche da una piccola guarnigione armata). È del tutto normale che per esigenze familiari, ma anche per una questione di fasto, lo stesso palazzo principale sia rimaneggiato più volte a partire dal 1671.

Dal Seicento all’Ottocento con una serie di acquisti e scambi proficui entrano nel patrimonio Borghese, tutti i medi e piccoli edifici che fronteggiano e circondano le due piazze del “quartiere” Borghese. I Borghese proseguono instancabilmente negli acquisti intorno al loro palazzo. Acquistano anche la casa sull’approdo di Ripetta che fa da argine verso via Leccosa.

La ricchezza immobiliare dei Borghese, oltre al complesso intorno al palazzo principale, comprende anche il palazzo del cardinal Scipione presso Monte Cavallo, che in seguito passerà ai Pallavicino. Comprende inoltre anche vari granai a Bocca della Verità, a Campo Vaccino, a S. Maria Liberatrice – oggi scomparsa in mezzo ai Fori –, a S. Giovanni Decollato; più vari giardini con annessa casa fuori porta del Popolo e una bottega alla Pescheria.

Infine la grande villa sul Pincio, acquistata dal cardinale Scipione Borghese, con diciassette grandi vigne, case rustiche, vari casini e il Casino Nobile, dove sono raccolte notevoli opere artistiche, anche di grande fama. E le generazioni seguenti dei Borghese proseguono nell’operazione instancabile dapprima di mecenati, poi di grandi collezionisti.

Scheda n. 3: Il patrimonio fondiario dei Borghese dal XVI al XX secolo

Già prima dell’elezione a pontefice di Paolo V (1605) i Borghese (lo stesso cardinale Camillo insieme con i due fratelli Giovanni Battista e Francesco e al nipote Scipione Caffarelli Borghese – il futuro cardinal nepote –) acquistano a vario titolo grandi beni fondiari che gradatamente accrescono il patrimonio destinato all’erede della famiglia, Marcantonio, nato nel 1601.

Tra il 1605 e il 1637 (ben dopo la morte di Paolo V, avvenuta nel 1621) i Borghese acquistano tra l’altro i feudi di Rignano, Percile, Civitella, Vivaro, Cineto Romano, Morlupo, Montefortino (= Artena), Monte Porzio, Montecompatri, Moricone con i castelli di Pietraforte e Pratica di Mare e la contea di Vallinfreda.

Acquistano anche le grandi tenute di Morolo, Lago, San Nicola, Porcareccia, Santa Croce, Porcareccina, Tufello, Trifone, Inviolata, Inviolatella, Acqua Traversa, Pian d’Arcione, Corneto (= Tarquinia), Castel Campanile, Tor di Quinto, Polline, Capocotta, Campo Ascolano, della Molara, della Torre, Boccone, Stracciacappe, Castell’Arcione, La Rustica, Pratica di Mare, Carroceto, Cervelletta.

Acquistano ancora i casali di Orcianello, Monte Cocuzza, Finocchio, Santa Caterina, Monte lo Furno, Casa Calda, oltre a varie pediche o piccole tenute, i laghi di Martignano e Santa Prassede, la terra di Olevano.

Dietro a tutte queste acquisizioni c’è una precisa linea politica: si tratta sempre di terreni non soltanto nel Lazio, ma per lo più nella vera e propria Campagna Romana. Infatti i Borghese si impegnano in un grande acquisto nel Regno di Napoli soltanto perché nel 1610, su invito del re di Spagna, acquistano dal vicerè di Napoli il grande feudo di Sulmona col titolo principesco. Più che un acquisto è un riconoscimento regio della nuova importanza dei Borghese.

In pratica alla metà del Seicento, dopo aver saccheggiato le casse del papato per circa quattro o cinque milioni di scudi d’oro, casa Borghese è proprietaria di quasi  un decimo dell’intero Agro Romano e per secoli – fino alla fine dell’Ottocento – rimarrà la grande potenza fondiaria dello Stato pontificio. Come già detto i Borghese sanno allevare una schiera di bravi e fedeli amministratori e tutti curano l’archivio documentario. Per di più controllano le nascite, in modo di avere sempre eredi validi, ma non numerosi, che mandano avanti la casa Borghese anche nei ruoli ecclesiastici: la vera ricchezza a Roma si conserva soltanto con l’appoggio pieno delle alte cariche ecclesiastiche. Infine i Borghese sono specialisti nelle sagge unioni matrimoniali con continui arricchimenti attraverso le doti.

Il patrimonio fondiario di casa Borghese passa indenne attraverso i secoli, dal Cinquecento all’Ottocento, e neppure la grande tempesta rivoluzionaria di fine Settecento-inizio Ottocento è riuscita ad intaccarlo. Anzi il riordino totale operato nel 1839 da Francesco Borghese lo ha rilanciato.

Alla fine dell’Ottocento Marcantonio V provvede alle doti delle sette figlie e alla divisione ereditaria dei beni di famiglia tra i figli maschi; tranne che al secondogenito, don Giulio, il quale deve sposare l’erede della sterminata ricchezza dei principi Torlonia e prendere i titoli accumulati da questa famiglia.

Non è un caso, quindi, se ancora nel 1911, dopo la grande crisi di fine Ottocento, nell’elenco dei grandi proprietari terrieri dell’Agro Romano risultano primi i Torlonia con 25.780 ettari; seguono i Borghese, che dopo il grande fallimento, conservano 11.610 ettari; infine sono terzi gli Aldobrandini con 8.105 ettari. Tenuto conto che i Torlonia sono figli di don Giulio Borghese e che gli Aldobrandini Hanno origine da Scipione Borghese, non si può dire che i discendenti di Paolo V abbiano perduto molto terreno!.Scheda n. 4: Le collezioni artistiche dei Borghese e la villa Pinciana

Le collezioni artistiche promosse dal cardinal nipote Scipione Caffarelli Borghese, che rapidamente abbandona il cognome paterno per quello materno, iniziano con la raccolta di statue antiche e dei più grandi artisti del Rinascimento; ma proseguono come collezioni di “arte contemporanea”. Infatti il grande gusto di un vero conoscitore d’arte spinge il cardinal nipote a consacrare il Caravaggio e a “scoprire” il giovane Bernini. La sua avidità per le novità artistiche romane lo spinge a vere e proprie nefandezze, Infatti, se qualche opera d’arte lo colpisce, subito Scipione Borghese offre una somma più che decente al proprietario; se quest’ultimo rifiuta la transazione, lo stesso cardinal nipote commissiona il furto o la rapina a mano armata ai militari pontifici.

Con Scipione Borghese il nuovo ruolo del “conoscitore d’arte” si accompagna non tanto alle decorazioni del palazzo, quanto  all’accumulo di una collezione di grandi opere d’arte. Si può dire che col Cardinal nipote si attua il passaggio decisivo dal mecenate al collezionista. Fino al punto che il Casino Nobile della villa Pinciana  diventa la palestra di grandi studiosi che (tra fine Ottocento e inizio Novecento) fondano la nuova storia dell’arte italiana. Il Casino Nobile della villa Pinciana nasce come “luogo di delizie” del Cardinal nipote e diventa rapidamente il nuovo tipo di residenza principesca senza alcuno scopo utilitario. È un museo-galleria, dove sono collocate le opere più famose di proprietà della famiglia Borghese. Anche per questo Napoleone va a colpo sicuro, quando costringe il cognato Camillo Borghese a cedergli la parte più celebre della sua collezione, sfruttando anche il peso dei debiti dello stesso Camillo.

Dopo la bufera di inizio Ottocento, Camillo cerca di ricostituire il complesso di quadri, statue e oggetti artistici, Fa trasferire nel museo-galleria le varie opere d’arte disseminare nei vari edifici di famiglia, sia a Roma sia altrove, e acquista numerose opere d’arte di gran nome in Italia e all’estero, come la famosa Danae del Correggio. Infine promuove nuovi scavi archeologici, incamerando ogni nuovo reperto artistico. E nel 1833 il fratello ed erede Francesco costituisce un nuovo vincolo fidecommissionario per salvaguardare il museo-galleria.

Dopo l’unità d’Italia è proprio questo fedecommesso a salvare il complesso dei beni artistici di quella che diventa tout court Villa Borghese. Già dall’ultimo ventennio dell’Ottocento i corvi del commercio internazionale di opere d’arte imperversano intorno ai Borghese e numerose opere d’arte si svincolano e sono vendute sottomano a grandi acquirenti europei e americani, dai Rotschild ai più famosi musei di New York..

Fra il 1897 e il 1902 trattative sfibranti si instaurano tra lo Stato italiano e i Borghese, ormai ridotti alla canna del gas. Alla fine lo Stato acquista il complesso del casino nobile (edificio, stigliature, mobili, statue, quadri, oggetti d’arte) per tre milioni e 600.000 lire contro una richiesta iniziale di venti milioni. Inoltre per tre milioni di lire lo Stato acquista la circostante villa con immensi giardini e innumerevoli fontane; però l’intera villa è immediatamente ceduta al Comune di Roma, perché sia “in uso del popolo romano”, come aveva stabilito il Cardinal nipote: e dal Seicento d’estate la villa era aperta al popolo.

Scheda n. 5: I mercanti di campagna

Un complesso di fattori geologici, economici, sociali, politici, istituzionali e religiosi ha spinto le campagne laziali verso un assetto statico, dominato dalla Curia Apostolica, dalla grande proprietà assenteista, dalla rendita agraria, dalla malaria. La situazione idrogeologica, la struttura sociale, lo spopolamento (ossia l’assenza di contadini-coltivalori o di piccoli proprietari residenti sul posto), i fidecommessi di primogenitura o di maggiorasco hanno concorso a determinare un regime agrario basato sulle lunghe affittanze, che assicurino alla grande proprietà assenteista una rendita priva di preoccupazioni. È questo il brodo di cultura ideale per i mercanti di campagna dal Cinquecento in poi.

Il mercante di campagna, anche quando esercita in un regime vincolistico, sfrutta ogni risorsa e astuzia delle leggi di mercato e dei sistemi mercantilistici. Non è un rivoluzionario e neppure un riformista, ma si inserisce in una situazione di lungo periodo, sfruttandola a proprio vantaggio. Questo specialista dell’intermediazione campestre, quando allarga il raggio delle sue attività, non è soltanto un grande imprenditore agricolo e un grande allevatore di bestiame; ma sa negoziare sul mercato romano, italiano e perfino mediterraneo. È un banchiere che muove grandi capitali e specula sui vari mercati del Mediterraneo occidentale; per questo è anche un armatore, che compra e vende granaglie, trasportandole da e per l’Africa e i vari paesi mediterranei. Inoltre, in quanto banchiere, il mercante di campagna esercita il piccolo credito agrario, anche nelle sue dure forme in natura: un sacco di farina prima del raccolto vale due sacchi di farina dopo il raccolto. Forte degli affitti pluriennali per le singole tenute, è abile nello sfruttare proficui subaffitti stagionali per il legnatico oppure per il pascolo in rapporto alla transumanza; nello stesso tempo è molto abile ad inventare proficue coltivazioni e lavorazioni invernali (come ad esempio l’olivo) per evitare i guai maggiori della malaria.

Un grande mercante di campagna può gestire anche dieci o dodici tenute e per esercitare l’intermediazione campestre ha bisogno di grandi capitali liquidi e di una duplice buona squadra di aiutanti: gli amministrativi per lo più cittadini (ragionieri, computisti, geometri, ecc.) e gli operativi residenti nella tenuta.

Gli amministrativi hanno una notevole cultura tecnica e sono basilari per organizzare il gioco delle intermediazioni, dal commercio dei prodotti agricoli al traffico di merci di ogni genere (legname, lana, lino, cuoio, miele, ecc.); per speculare sull’alternanza delle varie coltivazioni in base alle variazioni dell’offerta e della domanda. Nel complesso questi amministrativi sono una squadra ristretta. Al contrario gli operativi sono molti: il fattore sovrintende alla coltivazione delle granaglie e ai prati da falciare ed è coadiuvato dal sottofattore e dai fattoretti. Inoltre il fattore è coadiuvato dal capoccia  e dai capoccetti. Il massaro sovrintende all’allevamento brado aiutato dai capoccetti e cavallai, dal coratino e dai vaccari; il vergaro sovrintende all’allevamento ovino aiutato dal pecoraio, dai guardiani e dai mungitori. Quando la tenuta comprende anche zone paludose il minorente sovrintende al procoio (ossia l’azienda delle bufale) ed è aiutato dal viceminorente,dai butteri, dai bufalari, dal coratino e dal casengo.

Dovunque i caporali costituiscono l’ultimo gradino della gerarchia, ma sono fondamentali per arruolare e sfruttare le “carovane dei guitti”. Tra questi operativi il capoccia e il caporale sono uomini “di polso”, che in un’agricoltura di rapina aiutano il mercante di campagna nello sfruttamento della manodopera stagionale: i guitti, ossia i braccianti immigrati con le loro famiglie dalla Sabina, Umbria, Abruzzo, Campania, ecc. I guitti vivono in sistemazioni precarie (le lestre o capanne di sterpi e erbe palustri) in condizioni quasi bestiali e il caporale deve saper “tosare a fondo la lana, senza strappare la pelle”. Se poi i guitti e le loro famiglie sono falciati dalla malaria, nessuno se ne preoccupa, perché la malaria è una condanna divina.

Il ventennio tra la Repubblica Romana del 1798 e la Restaurazione del dominio pontificio comporta l’intrusione violenta di eserciti (nemici ed alleati) insieme con parecchi sconvolgimenti politico-istituzionali con grandi ripercussioni socio-economiche. I mercanti di campagna affrontano le invasioni militari e l’abolizione del regime vincolistico delle granaglie. Sanno trattare con gli invasori e si adeguano facilmente alla libertà di commercio delle granaglie in un sistema che è pur sempre d’antico regime. Dopo il crollo dell’avventura napoleonica affrontano pure il crollo dei prezzi delle granaglie per l’arrivo sul mercato del grano russo.

In effetti soltanto i più forti reggono ai notevoli sbalzi dei prezzi, talvolta anche del 50% in un anno. I mercanti possono affrontare questi sbalzi per l’elevata flessibilità produttiva dell’agro-pastorizia nella Campagna Romana; poiché con grande facilità attuano la conversione dalla cerealicoltura estensiva all’allevamento del bestiame specialmente ovino.

Dopo la Restaurazione i mercanti di campagna tornano a collaborare pienamente col regime ecclesiastico, compresi i grandi che ormai costituiscono il nucleo originario del generone. Adesso le famiglie più note non sono soltanto affittuarie delle grandi tenute (nobiliari ed ecclesiastiche), ma cominciano ad acquistare pediche, ritagli di tenute, tenute di varia grandezza, interi feudi, creando così patrimoni fondiari di notevole estensione. I mercanti impegnarno grandi capitali, ma il reddito netto annuo è del 25%. Un reddito neppure immaginabile per i medi borghesi romani, ma senza confronto con le rendite fondiarie dell’alta nobiltà e dei maggiori enti ecclesiastici.

I mercanti di campagna gestiscono le tenute sia come titolari di imprese individuali o familiari oppure più raramente con società. I piccoli mercanti di campagna in media hanno ricavi netti di 650/700 scudi l’anno, in una città dove il 90% dei capi famiglia della media e piccola borghesia non arriva a guadagnare 130/140 scudi all’anno. Ma i grandi mercanti di campagna, come i Truzzi, hanno ricavi netti annui da 12.000 a 15.000 scudi.

Scheda n.6: Il generone

Nelle varie subregioni laziali le fortune dei mercanti di campagna non coincidono con quelle del generone. I mercanti (piccoli, medi e grandi) esistono molto prima che si consolidi questo nuovo ceto sociale alto-borghese di estrazione vaticana e persistono anche dopo il dissolvimento del potere e prestigio sociale del generone stesso. Infatti i mercanti di campagna, nati e cresciuti in un regime vincolistico, sopravvivono anche nel regime di libero commercio delle granaglie, accentuato nel nuovo mercato europeo e completamente trasformato dai trasporti ferroviari.

Alla morte di Pio VII (20 agosto 1823) la Curia Apostolica vuole che il suo successore sia di nuovo il sovrano-pontefice, ossia il popolaresco papa-re. Tutti i ceti romani sono consapevoli che di nuovo la Curia Apostolica è all’origine di ogni ricchezza e scalata sociale, perché solo la Curia dispensa appalti, licenze, cariche civili e militari, lavori, prebende, onori e favori.

Adesso le famiglie più solide dei mercanti di campagna hanno ben chiaro che bisogna avere un preciso referente familiare nella Curia, dove si distribuisco gli appalti “camerali” sulle tasse, sui monopoli e sulla “grascia” vaticana. Rapidamente dietro la fortuna di ogni famiglia c’è sempre un alto prelato (un “monsignore di fiocchetto” o un “monsignore di mantelletta”), al di sotto della prelatura vescovile o cardinalizia, ma alla guida di un dicastero pontificio.

Il settore fondamentale dell’economia romana è sempre quello agricolo ed è in continuo movimento. Non soltanto c’è la spinta verso la proprietà individuale e verso la scomparsa dei latifondi, ancora legati alla feudalità, ma si avvia una lenta ed inarrestabile trasformazione agraria con la contemporanea crescita del ruolo dei grandi mercanti di campagna, ora coalizzati nel primo generone.

Negli anni Trenta/Quaranta si attua una prima modifica nell’uso concreto dei territori dell’Agro Romano. Lo spopolamento e la malaria sono irrisolvibili, ma sono dissodati nuovi comparti territoriali, sottraendoli al pascolo brado e agli usi comunitari. Nello stesso tempo si intensificano i cicli delle coltivazioni, sostituendo la mezzeria e la terzieria alla quarteria; così cresce la produzione agricola e sono tutti contenti (governati e governanti), perché così è più facile ed economico il rifornimento alimentare della cresciuta popolazione romana (da 200..  a ….).

Sono contenti i proprietari terrieri che vedono crescere le loro rendite, ma ancor più i mercanti di campagna e il generone. Questo afflusso di denaro si concretizza in grandi costruzioni. Tra gli altri gli antichi Borghese e i nuovi Torlonia impegnano grandi capitali nella ristrutturazione, risistemazione, nuova costruzione, arredamento artistico dei loro palazzi e ville urbane. I Borghese avviano grandi lavori nel “Cembalo” di Ripetta e in vari edifici intorno alle piazze Borghese e di Fontanella Borghese, oltre a migliorare vari edifici della villa Pinciana.

I Torlonia, che in pochissimi anni sono arrivati al vertice della società romana, ristrutturano i palazzi Bigazzini e Bolognetti a piazza Venezia, riunendo due edifici ed aggiungendone un terzo; il tutto è completato nel 1841 e sarà demolito nel 1899/1900. Ristrutturano palazzo Giraud a Borgo; completano nel 1842 il palazzo a Bocca di Leone, accorpando più edifici preesistenti con una facciata unitaria. Costruiscono un palazzo-galleria alla Lungara, per ricoverarvi le loro collezioni archeologiche. Completano l’edificio principale della villa su via Nomentana e vi aggiungono più edifici minori, come la Casina Svizzera e la Villa Moresca (1846).

Rispetto alle altre capitali europee Roma è una città singolare, completamente immersa nel verde delle ville urbane e delle vigne” intramurarie. Ricca di reperti archeologici e di opere d’arte. L’apparente immobilità politica e sociale è legata al fatto che i ceti nobiliari e borghesi dipendono dal potere ecclesiastico e si limitano a richiedere un “buon governo”.

Progressivamente dagli anni Trenta/Quaranta accanto al ceto burocratico piccolo borghese cresce il generetto, ossia un ceto medio borghese (genere a Roma equivale a borghesia), nel quale confluiscono i professionisti più stimati, i medi proprietari terrieri, i commercianti di rilievo, i rentiers, gli intellettuali e gli artisti di successo, ecc. Soprattutto in questi anni popola Restaurazione del potere temporale inizia la grande stagione del ceto alto borghese detto generone.

In questo ceto alto borghese confluiscono le famiglie più note dei grandi burocrati e tecnici di Curia, dei maggiori mercanti di campagna, dei grandi affaristi, dei banchieri e finanzieri (dei quali farebbero parte anche i Torlonia e i Grazioli, ma si sono subito nobilitati e sfruttando l’artificio tecnico del more uxorio), infine dei grandi imprenditori.

Elenco delle immagini proposte

  1. Foto dell’epigrafe sul frontone di S. Pietro
  2. A. Tempesta, Pianta di Roma (1593)
  3. A. Specchi, Palazzo Borghese e il “Cembalo”, Fondazione Besso. Raccolta Consoni
  4. Gaetano Cottafavi, Palazzo Borghese, ibidem
  5. Riproduzione dello schema del cannocchiale dalla rivista “Palladio”,
  6. G.B. Piranesi, Porto di Ripetta, Calcografia Nazionale
  7. G.B. Nolli, Pianta di Roma del 1748; porto di Ripetta e area di Schiavonia
  8. Idrometro del porto di Ripetta (1821)
  9. Ponte Rotto
  10. Passerella in ferro appoggiata su ponte Rotto dal 1836 al 1890
  11. François Gérard, Camillo Borghese, in alta uniforme napoleonica
  12. Foto ottocentesca della villa Pinciana e del museo-galleria
  13. Foto moderna del “cembalo”
    1.   Foto dei capolavori Borghese a piacere, ecc.

Bibliografia essenziale

Athanasiou Phanì, Il cannocchiale prospettico di palazzo Borghese, «Palladio», II (1988)

F. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, Bologna, Cappelli, 1985 (Storia di Roma, XVI)

C. Benocci, Rione IV. Campo Marzio, in Guide rionali di Roma, Roma, Fratelli Palombi, 1997

N. La Marca, L’abolizione del vincolo annonario nello Stato della Chiesa, Roma, Bulzoni, 1988

Idem, La nobiltà romana e i suoi strumenti di perpetuazione del potere, 3 voll., Roma, Bulzoni, 2000

G. Pescosolido, Terra e nobiltà. I Borghese. Secoli XVIII e XIX, Roma, Jouvance, 1979

R. Romeo, Cavour e il suo tempo, I, 1810-1842, Bari, Laterza, 1969

M. Sanfilippo, Le tre città di Roma, Roma-Bari, Laterza, 1993

Idem, Il Tevere e Roma. Profilo storico di un rapporto d’amore e odio, in L’ingegno del Tevere, a cura di S. Polci, Roma, Mediocredito di Roma, 1996

Idem, Il «generone» nella società romana dei secoli XVIII-XX, Roma, Edilizio, 2005